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L’estinzione delle tribù come effetto della globalizzazione

estinzione-tribù

In alcune parti del mondo vi sono tribù che ancora resistono al colosso della globalizzazione e del progresso. Tribù che cercano di sopravvivere con le loro tradizioni e con il loro sostentamento.

La maggior parte delle tribù si sono già estinte e sono solo una piccola minoranza quelle che ancora abitano nei luoghi più remoti di questa terra. A partire dall’epoca delle grandi colonizzazioni, milioni di indigeni furono sterminati, perché ritenuti primitivi e selvaggi. Sostenendo l’ideologia della superiorità del popolo bianco su tutte le altre popolazioni, per secoli fu giustificato l’orrore dello sterminio delle tribù indigene.

Con il passare del tempo questi pensieri si sono trasformati in denunce di genocidio. Nel terzo millennio, le tribù esistono o resistono ancora, rifugiandosi in angoli remoti del pianeta per non essere contaminati dal mondo esterno e addirittura centinaia di esse vivono senza avere contatti al di fuori della loro tribù.

Queste popolazioni si trovano soprattutto in Asia, Oceania, Messico e soprattutto nel Sud America. Il timore di molti studiosi è che queste tribù sono destinate a scomparire perché ritenute nemiche del mondo economico e globale. In un mondo dove l’unico interesse è il profitto e lo scopo è quello di rendere tutti gli uomini uguali: lavoratori e consumatori.

Ma vediamo nel dettaglio le popolazioni che “contrastano” la globalizzazione e il progresso.

Le tribù nel mondo

Le tribù che ancora vivono questo mondo sono ormai una piccola minoranza, ma cohe con grande forza combattono e resistono ai governi e alle multinazionali che vogliono appropriarsi delle proprie terre per estendere sempre di più il proprio potere economico, senza affatto preoccuparsi dei danni ambientali e dell’estizione di popolazioni che potrebbero causare.

Vediamo quali sono le tribù che ancora resistono a questa invasione che sembra purtroppo non fermarsi

Indigeni dell’Amazzonia

Nel Sud America le tribù di indigeni sono stanziate all’interno dell’Amazzonia, la più grande foresta pluviale del pianeta e famosa per la sua biodiversità.

Essa al tempo stesso è uno dei luoghi più minacciati della terra: i terreni vengono disboscati per fare posto a pascoli, coltivazioni, trivellazioni, estrazioni minerarie. Chi ne paga le conseguenze è l’ambiente, ma anche le popolazioni indigene che vi abitano. Queste tribù sono costrette, di volta in volta, a spostarsi per dare spazio al meccanismo del profitto, che distrugge i loro sostentamenti e le rende vittime dello sfruttamento delle risorse della foresta da cui dipendono.

Un caso esemplare di sfruttamento è quello del commercio della gomma, dove i migliori alberi per la produzione della gomma crescevano proprio all’interno della foresta Amazzonica. Le tribù locali furono costrette a raccoglierla per il mercato europeo e americano, causando, in soli 12 anni, la morte di più di 300.000 indigeni dovuta alla fame oppure perchè uccisi o resi schiavi.

In tanti penseranno che questi orrori sono accaduti secoli fa, ma purtroppo non è affatto così ancora oggi i diritti di queste popolazioni vengono continuamente calpestati e i loro terreni concessi da governi alle multinazionali.

In Amazzonia vivono ancora oggi 400 tribù, fra cui alcune di esse non hanno alcun tipo di contatto con i membri delle società dominanti. Queste persone infatti sono molto vulnerabili in quanto non hanno nè le difese immunitarie verso le malattie a cui le società occidentali sono esposte da secoli e sono sprovvisti di antivirali o medicinali che possano curarli. Pensiamo che intere popolazioni sono state sterminate da una semplice influenza.

Il Survival international, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, contrasta anche i tentavi occidentali di avvicinarsi alle tribù isolate. A esempio i Matis, una tribù dell’Amazzonia, già dopo il primo contatto con il mondo occidentale si ritrovò con la popolazione dimezzata; nel 1983 erano sopravvissuti solo in 87 e in questi anni hanno dovuto vedersela con la deforestazione e malattie come malaria ed epatite che non sono più riusciti a debellare.

Altro esempio di estinzione causata dal contatto, fu nel 1984 quando la famosa azienda petrolifera la SHELL iniziò ad andare alla ricerca di petrolio in un’area della foresta amazzonica peruviana. Questo causò epidemie e carenze di cibo a causa della deforestazione provocando la morte del 60% della popolazione che vi abitava: il gruppo Nahua. E di petrolio non fu trovata neanche una goccia.

Nel 1996 ci fu un secondo tentativo ancora più grave perchè questa volta la multinazionale agì con la consapevolezza del rischio che avrebbe fatto correre a un’altra tribù che non aveva mai avuto alcun contatto con gli occidentali: i Nanti.

Così come i Murunhaua, sterminati a metà degli anni ’90 dopo essere stati a contatto con i taglialegna che abbattevano illegalmente il mogano, legno che in quel periodo aveva un prezzo molto alto.

Murunahua, i Nanti, i Nahua e molti altri popoli vivono nella frontiera dell’Amazzonia, un’area a cavallo tra Perù, Brasile e Bolivia che ospita la più alta concentrazione di tribù “incontaminate”, questa zona è conosciuta con il nome di La riserva Madre de Dios.

Il congresso del Perù però sta per approvare il progetto di costruzione di una strada che dovrebbe attraversare l’Amazzonia peruviana sud-orientale dove appunto si trova la riserva, tagliando in due il territorio. Il governo si è appellato al fatto che il progetto è di “pubblica necessità” aggirando così l’opposizione indigena.

Gli indigeni temono che la strada attirerà un’andata violenta di coloni e taglialegna illegali che devasteranno la loro foresta, mettendo a rischio la vita degli indiani incontattati che ci vivono. Stiamo assisntendo all’ennesima vicenda in cui gli interessi economici e commerciali avranno nuovamente la meglio a danno dell’ambiente e delle persone.

Anche l’Onu ha lanciato una campagna contro l’estinzione di 35 tribù amazzoniche. Ma ci sono anche altre tribù nel mondo. Scopriamole …

Aborigeni Australiani

Vi abbiamo già detto che quello che avviene in Amazzonia avviene anche in altre parti del mondo ma con modalità diverse.

In Australia ad esempio, stando alle stime, esisterebbero 500 diversi popoli aborigeni organizzati in clan. La parola aborigeno significa letteralmente “originario del luogo in cui vive” similmente al termine indigeno. Per essi la terra è fondamentale perché intorno ad essa ruota la vita materiale della comunità ma anche quella spirituale.

Queste popolazioni, abituate a vivere lungo le coste, nei bush o nei deserti dell’entroterra sono estranee ai concetti di progresso sviluppo e tecnologia.

Si sono ritrovati spiazzati di fronte all’invasione dei colonizzatori britannici e oggi si ritiene che la maggioranza viva in città, nelle zone più periferiche e degradate. Le loro terre sono state letteralmente derubate e mai restituite sulla base del principio della terra Nullius che consentiva ai colonizzatori di occuparne i territori perché ritenuti di nessuno. In queste tribù infatti non esisteva il concetto di proprietà privata  e quindi non sussisteva nella loro cultura un sistema di gestione delle terre.

L’impatto sociale di questo furto per gli aborigeni si è rivelato devastante, sia perché sono stati sterminati a causa delle epidemie dilagate a causa dei contatti con gli occidentali, provocando una riduzione della popolazione da circa 1 milione a 60.000 persone. E inoltre le politiche usate nei loro confronti hanno scaturito problemi ulteriori, consentendo alla distruzione di intere famiglie e sradicando completamente la loro cultura.

In seguito alla colonizzazione molte delle loro coscienze e tradizioni sono andate perse.  Gli aborigeni hanno combattuto a lungo per ottenere maggiori diritti e autonomie nella gestione dei loro affari e del loro patrimonio e sebbene la Suprema Corte Australiana nel 1991 abbia rimosso il principio della Terra di Nessuno, permettendo ai nativi di risiedere nelle proprie terre, sempre negli anni 90′ il governo australiano ha emanato una legge che ha ridotto l’applicabilità di questa conquista. Fra le tribù aborigene più note vi è quella degli Arunta, molto legato al culto degli antenati e degli spiriti primordiali.

Quando invece l’estinzione etnica viene programmata?

È il caso del popolo Karen, un popolo antico disceso dal Tibet e stanziatosi nell’attuale Birmania dove si dedica all’agricoltura. Sono cristiani, buddisti e animisti e rispettano ogni vita. Un popolo di contadini che il destino li ha voluti soldati giurando al mondo che non si arrenderanno all’estinzione. Il loro è uno dei casi più tragici di estinzione etnica programmata. Essi difendono le loro colline e i loro villaggi dall’avanzata dei plotoni di Rangoon dove la giunta militare salita al potere con un colpo di stato gestisce da sempre una spietata, efficiente e inarrestabile pulizia etnica.

Oggi nella terra dei Karen c’è un altro nemico: il progresso.

La loro terra fertile, i loro giacimenti aurei incontaminati e le loro foreste vergini di legno pregiato sono solo alcuni degli aspetti che fanno gola alle multinazionali asiatiche e non, che vorrebbero installarsi nello stato Karen per dare il via allo sfruttamento.

Ci sono poi le dighe, immense barriere di cemento da costruire sui possenti fiumi che attraversano il territorio e che garantirebbero energia a buon mercato a molte imprese ma, allo stesso tempo causerebbero l’allagamento di intere vallate dove ad oggi sorgono una dozzina di villaggi e centinaia di famiglie Karen. Queste zone di minoranza sono state classificate come “black areas”, zone nere in cui i diritti umani non sono garantiti.

Però oggi come ieri la battaglia per l’identità del popolo Karen non si arresta, con l’aiuto di tenaci onlus europee, resiste contro chi ha il piano di eliminarli per lo sfruttamento delle risorse. Ancora una volta le multinazionali combattono a vantaggio dei propri interessi a discapito dei diritti dell’uomo e della vita.

Pigmei in Africa

I pigmei delle riserve congolesi sono fra gli ultimi popoli primitivi al mondo: vivono di arco e frecce, caccia e pesca, in mezzo al fuoco della guerra civile. Sono alti non più di 1 metro e mezzo e si dividono in molti sottogruppi, ognuno dei quali costituisce un popolo a sé, tra questi ad esempio i Twa, gli Aka, i Baka e i Bambuti.

Il mondo però è minacciato dagli attacchi di bracconieri e boscaioli, dalle rappresaglie dei ribelli ma anche dall’esercito regolare, tutto ciò venne denunciato dal missionario Franco Laudani su Lettera43.it.

Il dramma dei pigmei iniziò con la colonizzazione dell’800, con i negrieri belgi che li vendevano a zoo e fiere di mezzo mondo come attrazione.

Oggi i pigmei vivono in luoghi dove ci sono numerose guerre per la ricerca di diamanti, rame, oro che distruggono le loro risorse. Oltre a queste guerre civili hanno anche un altro problema: la deforestazione. Essa è stata portata avanti in modo selvaggio. Nel 2004 il governo del Congo incoraggiato dalla Banca Mondiale ha annunciato i suoi piani per lo sfruttamento delle foreste pluviali, raddoppiando il tasso di deforestazione passando dallo 0.13% degli anni 90 al 0.26%. intaccando così la sussistenza di questa popolazione la cui cultura è strettamente legata all’habitat.

Oltre a questo vi è dell’altro, ossia l’approvazione di una nuova legge da parte della Repubblica del Congo che punisce la caccia all’interno delle foreste protette. Come abbiamo già detto, la loro sussistenza si basa su agricoltura e caccia e per secoli hanno convissuto con l’ambiente dal quale dipendono conservando flora e fauna.

Il missionario Laudani afferma inoltre che la zona è stata letteralmente militarizzata con la scusa di proteggere i pigmei dalle minacce dei ribelli che si sono rifugiati nella foresta. Ma non è cosi. I pigmei subiscono abusi da parte dei militari e dalla popolazione locale e nonostante le denunce nessuno interviene.

Tutto questo porterà a un’estinzione della loro cultura, etnia, popolazione e sulla promessa occidentale di investimenti e rimborsi il Congo viene corrotto e spinto ad eliminare i loro stessi coinquilini di habitat per lo sfruttamento delle risorse. Tutto questo perché il sud del mondo dipende interamente dagli investimenti occidentali, ma questa è un’altra storia…

Purtroppo ci sono in tutto il mondo molte altre tribù in pericolo di estizione, di seguito vi lasciamo l’elenco di una parte

TRIBU IN ESTINZIONE:

LE AMERICHE :

  • Akuntsu;
  • Kanoe, Arara;
  • Awà;
  • Guarani del Brasile;
  • Yanomami in Brasile;
  •  Nukak , Arhuaco in Colombia;
  •  Indiani incontattati in Perù;

IN AFRICA:

  • Boscimani in Botsw;
  • Masai in Kenya;
  • Mbororo in Africa Occidentale;
  • Mursi, Bodi e Konso in Etiopia;
  • Nuba in Sudan;
  • Ongiek in Kenya;
  • Pigmei in Africa centrale;

ASIA E AUSTRALASIA:

  • Aborigeni Australiani- Australia;
  • Amungme e Papuasi in Indonesia;
  • Dongria Kondh in India;
  • Jumma in Bangladesh;
  • Khanty, tribù siberiane e Udege in Russia;
  • Penan in Malesia;
  •  Wanniyala-aetto in Sri Lanka.

Queste sono solo una parte di tutte le tribù e le popolazioni che stanno rischiando l’estinzione in quanto convivono ancora nel loro habitat dipendendo da esso e non dal lavoro salariato. Dalle enclosures avvenute in Gran Bretagna, ossia l’espropriazione dei terreni che ha costretto gli agricoltori al lavoro salariato per vivere, oggi sta accadendo in tutte le parti del mondo, portando all’estinzione di coloro che non vogliono entrate in questo meccanisco del progresso, tecnologia e del lavoro salariato. Queste popolazioni vivono con la natura da sempre ma a causa degli interessi delle grandi potenze mondiali, si sta cercando in tutti modi di mandarli via dai loro habitat, per sfruttare sia le risorse del loro ambiente sia la manodopera a basso costo che deriverebbe da un divieto di coltivare o cacciare.

CONCLUSIONE

Il dilemma che ho rappresentato qui si basa su una scelta: morire o vivere sotto le condizioni di altri.

Molte tribù si sono estinte o stanno per estingersi perché hanno posto resistenza a queste potenze di mercato mondiale che si sono appropriate del diritto di fare quello che vogliono e dove vogliono solo perchè vantaggioso per loro sul mercato globale.

Le denunce o le resistenze poche volte hanno vinto e sebbene ogni tanto venivano elargiti favori nei confronti di queste tribù, ma non passava molto tempo prima che questi favori cessassero.

Associazioni, onlus, missionari cercano di aiutare le tribù a combattere e contrastare queste poliche che autorizzano praticamente lo sterminio di popolazioni che chiedono solamente di non essere assorbite dalla inevitabile globalizzazione mondiale.

Sembra essere così impossibile una convivenza pacifica e rispettosa tra chi ha accettato di seguire il percorso del progresso e della globalizzazione e chi invece vuole mantenere le proprie tradizioni e soprattutto vuole vivere in un contesto totalmente differente rinunciando anche al contatto con l’esterno?

Le grandi potenze economiche vogliono controllare tutto il mondo, estirpare ogni ricchezza, risorsa per avidità di poche persone, giustificando questi atti come un “programma di sviluppo” dove il loro atteggiamento è del tipo “noi sappiamo cosa è meglio per voi” per condurli a una società capitalistica. Ma purtroppo il più delle volte si trasforma in sfruttamento del territorio e delle popolazioni, che vengono ridotti in schiavi di un qualcosa che non vogliono, obbligati senza potersi rifiutare a sfruttare il loro habitat.
Questi “programmi di sviluppo” si nascondono dietro a falsi slogan e ideologie: quello di voler migliorare il mondo, combattere la povertà, rendere tutti più felici, ma non è così. E in questi casi i le vere azioni di inciviltà vengono fatte dalle grandi potenze economiche che distruggono interi territori e minacciano la sopravvivenza di popolazioni che invece rispettano e crescono a diretto contatto con l’ambiente.

Queste tribù chiedono solo di vivere tranquille con le loro tradizioni e la loro cultura senza la paura di dover affrontare una guerra all’estinzione, senza la paura di dover morire per essa e senza l’angoscia di osservare il proprio habitat reso merce, capitalizzato e messo in commercio in quanto anche un singolo albero per loro è di vitale importanza.

Nel bene e nel male la globalizzazione tocca tutti, anche chi non vorrebbe. E se mal gestita, può portare alla distruzione dell’ambiente obbligando intere popolazioni a sottostare a certe condizioni e a certe trasformazioni. Continuando così pochi saranno coloro che si salvano o si salveranno. Un domani rimpiangeremo la scomparsa di antiche tradizioni, l’assenza di questa diversità nel modo di vivere. Stiamo creando un mondo in cui bisogna essere tutti uguali e omologati alla massa, e sempre di più si ta diffondendo l’idea che ciò che è diverso e unico sia sbagliato e nemico del progresso. Stiamo creando una società mondiale costituita solo da lavoratori e consumatori ed è per questo che queste popolazioni danno fastidio, perchè ci fanno vedere il mondo da un punto di vista diverso, ci fanno vedere che è possibile vivere anche in altri modi e che i veri schiavi siamo noi. Per questo si diffonde l’idea che queste popolazioni siano i nemici della globalizzazione e del capitalismo. Ma forse dovremmo iniziare a pensare che se continuando su questa strada sarà questa globalazzizazione che non fa nessuna differenza ad essere il vero nemico dell’uomo e dell’ambiente.

Autrice: Greta Pigliacampo, tirocinante presso la nostra Associazione, studentessa di Antropologia all’Università di Bologna

FONTI:

LETTURE CONSIGLIATE:

  • “la mia tribù: storie autentiche di indiani d’america” di Raffaella Milandri;
  • “la caduta del cielo” primo libro della tribù amazzonica yanomami;

FILM CONSIGLIATI

  • L’ultimo dei Mohicani (The Last of the Mohicans) diretto da Michael Mann – 1992
  • Apocalypto diretto da Mel Gibson – 2006
  • La terra degli uomini rossi diretto da MArco Bechis -2008
  • The green Inferno diretto da Eli Roth – 2013 (horror)
  • https://www.survival.it/film una serie di documentari che parlano dei temi trattati in questo articolo

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